(di Bernardo Pasquali). Da luglio 2026 chi acquista una bottiglia di Olio EVO in Italia ha una garanzia in più: se il prodotto è stato ottenuto miscelando extravergine e vergine, non potrà più fregiarsi di questa denominazione. Una svolta che il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) definisce necessaria per la tutela dei consumatori e della filiera olivicola italiana, e che vale la pena analizzare punto per punto, tra regole, numeri e implicazioni di mercato.

1. La circolare che cambia le etichette dell’Olio EVO

Il provvedimento chiave è la circolare numero 0347821 del 16 luglio 2026, che stabilisce come l’olio ottenuto mescolando extravergine e vergine non potrà essere venduto come extravergine, anche nel caso in cui rispetti i parametri chimici e organolettici previsti per quella categoria. In pratica, la sola qualità intrinseca del prodotto finale non basta più: conta anche la sua origine “di miscela”.

Come ha spiegato il ministro Francesco Lollobrigida, l’olio è alla base della dieta italiana ed è usato quotidianamente da tutte le famiglie del Paese, motivo per cui servono regole certe per chi produce e imbottiglia e informazioni chiare per chi acquista e consuma. Da qui la decisione: da oggi potrà essere etichettato come olio extra vergine di oliva solo olio di categoria superiore.

2. Cosa succede in concreto a chi miscela extravergine e vergine

Il testo della circolare non introduce un divieto assoluto di miscelazione, ma ne cambia radicalmente le conseguenze commerciali. Un’azienda potrà continuare a unire le due tipologie di olio, ma sarà obbligata a etichettare il risultato come “olio vergine”, una categoria oggi quasi assente dagli scaffali dei supermercati e con un valore commerciale nettamente inferiore.

Per quanto riguarda le scorte già in commercio, la filiera ha un margine di adattamento: l’olio già confezionato, ottenuto dalla miscelazione e dichiarato extravergine, potrà restare in vendita fino a esaurimento, mentre l’olio miscelato sfuso dovrà essere riclassificato come olio di oliva vergine.

3. Perché nasce questa regola: il vuoto normativo europeo

Dietro la circolare c’è un problema segnalato da tempo a livello comunitario. A livello europeo non esiste una regola scritta che vieti esplicitamente di mescolare oli di categorie diverse, né una norma che chiarisca come debba essere etichettato il prodotto risultante, e questo vuoto ha portato ogni Stato membro a regolarsi in autonomia.

Il tema è stato sollevato anche a Bruxelles: la Corte dei conti europea, nella Relazione speciale 01/2026, aveva evidenziato l’assenza di indicazioni univoche da parte della Commissione europea sulla possibilità di commercializzare come extravergine un olio ottenuto dalla miscelazione di diverse categorie di oli vergini, sottolineando come questa mancanza avesse favorito interpretazioni differenti tra i Paesi membri. Il Masaf, con la nuova circolare, prova quindi a colmare un vuoto interpretativo che pesava sull’intero mercato dell’Olio EVO europeo.

4. L’Olio EVO italiano nel mondo: i numeri dell’export

Le nuove regole arrivano in un momento in cui l’Olio EVO made in Italy corre sui mercati internazionali. Secondo i dati Ismea, nel 2024 l’export ha registrato un aumento del 6,8%, raggiungendo 344 mila tonnellate per un valore superiore a 3,09 miliardi di euro, in crescita del 42,6% sul 2023, con una riduzione significativa del disavanzo commerciale. Il comparto, nel complesso, ha toccato un fatturato di 5,8 miliardi di euro.

Questi risultati consolidano una leadership internazionale ormai consolidata: l’Italia si conferma secondo esportatore mondiale di olio d’oliva, con una quota del 20%, e vanta 42 denominazioni DOP e 8 IGP in costante espansione. Un dato che merita una lettura attenta, però: il volume esportato supera del 38,7% l’intera produzione nazionale, segno che l’industria olearia italiana funziona sempre più come hub globale di trasformazione e blending, più che come semplice produttore di materia prima.

5. Produzione in calo, import in aumento: la dipendenza dall’estero

Il rovescio della medaglia riguarda la produzione interna. Nel 2024 la produzione italiana si è fermata a 248.000 tonnellate, relegando il Paese al quinto posto mondiale dopo Spagna, Turchia, Tunisia e Grecia, un segnale di perdita di competitività che il settore osserva con attenzione.

Per coprire sia il fabbisogno interno sia i flussi verso l’estero, l’Italia resta strutturalmente importatrice: nei primi quattro mesi del 2025 le importazioni hanno superato le 250.000 tonnellate, in crescita del 66% sul 2024, con una spesa in calo del 13%. A completare il quadro, il consumo umano apparente italiano, calcolato come produzione più importazioni meno esportazioni, si attesta tra le 439.000 e le 447.000 tonnellate: circa la metà di quanto consumato in Italia non è coperto dalla produzione nazionale.

È proprio in questo contesto — un mercato dove blending e importazioni giocano un ruolo strutturale — che la circolare Masaf sulla miscelazione assume un peso specifico: chi acquista Olio EVO italiano avrà una garanzia in più sull’origine qualitativa reale del prodotto, mentre la filiera dovrà adeguare tracciabilità e comunicazione a regole più stringenti.