Nell’anno del primo storico sorpasso nei consumi birra/vino nei due principali produttori mondiali – Italia e Francia – il sistema brassicolo deve fare i conti con un più generale cambio di tendenza nei consumi che si rifletterà anche nei prossimi esercizi. La domanda, ad esempio, di alimentari e bevande non alcoliche scenderà del 9,3% e quella delle bevande alcoliche, tabacco e narcotici scenderà del 7,4%. Al contempo cresceranno le spese per sanità (più 18.9%); per la cura della persona (più 11,9%); per sport e cultura (più 12,5%) e per informazioni e comunicazione (più 56,3%).

Il Report di Assobirra – pubblicato nelle scorse settimane- continua ad offrire interessanti spunti di analisi. Torniamo un attimo ai consumi in Italia  e Francia: da noi il dato pro-capite vede la birra con 35,9 litri di birra contro 35,6 di vino (che in un anno ha perso ben  3,7 milioni di ettolitri di vendite in Italia); Oltralpe i consumi complessivi vedono 22,1 milioni di ettolitri di birra bevuti a fronte dei 22,0 milioni di ettolitri di vino. Un sorpasso che, magari,  si gioca oggi su decimali, ma che è il risultato di un cambiamento di lunga data.

Ma, come detto, non è stato sufficiente ad arginare una costante erosione anche dei consumi di birra nel nostro Paese: il mercato   in quattro anni è passato da 22,5 milioni di ettolitri a 21,1.

E questo è il risultato di una contrazione di tutte e tre le voci che compongono il complesso dei consumi: produzione nazionale, importazioni ed esportazioni. Il primo dato – nel periodo 2022-2025 – scende da 18,3 milioni di ettolitri a 16,7; le importazioni scendono da 7,9 a 7,5 milioni di ettolitri (primo fornitore la Germania col 47,1% dell’import italiano seguita da Belgio e Olanda); le esportazioni scendono da 3,8 a 3,1 milioni di ettolitri (primo mercato di sbocco il Regno Unito col 43,5% del nostro export – con grande scorno del giornalista della BBC e produttore brassicolo Jeremy Clarkson – seguito da Albania e Francia). Il saldo della bilancia commerciale è in passivo, come è sempre stato in realtà.

Nemmeno il tanto osannato mondo delle birre artigianali – che al pari dei “vini naturali” dovevano portare “dentro” una nuova e vasta classe di consumatori disinteressati all’offerta della produzione “industriale” – è riuscito in trent’anni a dare un contributo economico significativo: i microbirrifici sono crollati a 158 unità cui si aggiungono 859 brew-pub: in tutto sono 1008 imprese che hanno generato 3mila posti di lavoro diretti ma producono appena il 2,1% della produzione nazionale, 470mila ettolitri.

La definitiva chiusura di Birra del Borgo da parte dell’azionista AB InBev (unica birra artigianale e nazionale del suo portafoglio che vede colossi del calibro di Corona, Lowenbrau, Leffe, Beck’s, Bud e tanti altri… ) ci dice che forse l’entusiasmo per i microbirrifici va raffreddandosi. E non è un bene che gli investitori si sfilino dal settore non risolvendo così il problema della cronica mancanza di risorse adeguate per compiere un definitivo salto di qualità.

Birra, chi controlla il mercato in Italia

Così il mercato italiano, splittato per i player di maggiori dimensione, è controllato da Heineken (che ha in portafoglio i brand Birra Moretti, Ichnusa, Birra Messina, Dreher, Amstel ed altri) che ha il 30,9% del mercato. Secondo, o meglio secondi, sono gli importatori: le birre estere vendute in Italia coprono il 22% dell’offerta. Al terzo posto Peroni del colosso giapponese Asahi  (Birra Peroni, Kozel, Pilsner Urquell, Wuhrer ed altri) col 17,8% del mercato. Fuori dal podio ed unica altra realtà a due cifre la già citata Anheuser Busch-InBev col 10,2% come quota di mercato.

Ci si consola col mondo no-low alcohol che dal 2,1% del mercato è salito in un anno al 3,9% e che tendenzialmente potrà arrivare sino al 10% dei consumi trainato dai consumatori più giovani e  dal generale miglioramento dell’offerta con sapori meno standardizzati. Il tutto sostenuto dalla comunicazione dei marchi più importanti al mondo e in Italia anche da “mostri sacri” come Teo Musso di  Baladin.

Il nodo accise e i nuovi costi ambientali

Il settore paga il peso delle accise sulla produzione della birra italiana – che si confrontano con lo zero garantito per il vino che tradizionalmente può godere di una schiera quasi interminabile di “santi in paradiso” – e paga il costo del cambiamento climatico,  delle politiche di sostenibilità ambientali che arriveranno sino al packaging ad alla gestione del vetro. Ci possiamo aggiungere il costo dell’energia, da sempre non in linea con quanto pagano i concorrenti europei… Tutte queste voci non  aiuteranno certo gli operatori più piccoli  crescere ed investire.

Prendiamo il consumo di acqua nel processo produttivo – un impatto in Italia di 68 milioni di ettolitri – : chi si sta impegnando fortemente in Italia è il  numero uno del mercato, Heineken, che nel suo stabilimento pugliese di Massafra ha investito 700mila € per garantire la rigenerazione delle risorse idriche sul territorio, riducendo lo stress della falda locale. Per farlo si punta al recupero di infrastrutture esistenti e alla realizzazione di un nuovo sistema di distribuzione delle acque superficiali destinato a supportare l’agricoltura locale. Un impegno che viene da lontano: dal 2010 il consumo di acque in Heineken è calato del 60% e in pochi mesi a Massafra il calo è stato del 10%.

La forbice fra i produttori, insomma, è destinata ad allargarsi.