(di Bernardo Pasquali). Se le aspettative di questa edizione di Vinitaly 2026 erano scarse, i risultati di questa fiera, per la prima volta, evidenziano scricchiolii che sono fondati su un periodo storico negativo per il settore. Lo si è notato passando per gli stand, non tanto perchè fossero vuoti ma perchè, anche ascoltando le varie cantine, di professionisti con proposte favorevoli ce n’erano pochi. Eppure da ogni passaggio storico difficile bisogna trarre, a freddo, elementi strategici nuovi che possano offrire soluzioni di resilienza, nel presente, e ripartenze efficaci per il futuro.
Proverò, quindi, a fare una valutazione a freddo, di quello che ho visto di buono e di meno buono ma con tracce di speranza per il futuro di questo mondo oggi alla ricerca di un dio…maggiore. Per farlo, però, ecco alcuni dati che hanno fatto discutere tra i saloni. Innanzitutto da 97000 presenze, Veronafiere ne ha indicate 90.000, un calo che non era mai accaduto. Negativo? NO! Dato assolutamente positivo, che ha scremato un pò tutti quei visitatori “amici”, entusiasti bevitori, in Fiera con biglietti pagati (seppur meno) dalle aziende. Un pubblico tra il semi-professionale e il passionale, utile a metà all’efficacia di Vinitaly.
Vinitaly da “vanity fair” a “ordinary place”
La consapevolezza di un momento storico difficile lo si legge soprattutto nei volti dei proprietari delle medie realtà vitivinicole che lottano quotidianamente per svuotare le cantine prima delle prossima vendemmia. Ma lo sono anche le grandi realtà che hanno quantitativi di vino fermi in magazzino (addirittura molti nelle cisterne) che sono costretti a “svendere” il prodotto sul mercato creando non pochi problemi alla serietà e al valore delle varie denominazioni. Nessuno lo ammette apertamente ma, poi, ce ne accorgiamo girando il mondo e vedendo il valore a cui certi vini escono nei mercati internazionali.
I volti di molti produttori sono tirati. Vinitaly 2026, per la prima volta, ha messo in evidenza questo mood più riflessivo. Tra gli stand degli espositori si percepisce inoltre, oggi come non mai a mio avviso, l’allargamento della forcella tra le aziende medio piccole e le grandi realtà cooperative e le grandi firme internazionali. Le prime si trovano impotenti a gestire un mercato che sta vedendo quantità enormi di vino “drogato” al ribasso invadere gli scaffali Ho.Re.Ca. in molti paese con mercati cruciali.

La fatal Norvegia per i vini veneti
Chiacchierando con importanti produttori veneti che hanno aperto il mercato norvegese anni fa, sembra si stia creando una crepa di mercato insospettabile fino allo scorso anno. Si sta affermando proprio quello che stavamo dicendo nel paragrafo precedente. Grandi gruppi e brand riconosciuti a livello internazionale ha praticato politiche di abbassamento dei prezzi che hanno svilito il lavoro compiuto per anni da aziende che hanno tracciato il percorso per questa nazione. Uno stato serio fatto di persone altrettanto attente e rispettose che cercano però serietà e altrettanto rispetto da parte di chi gli propone il prodotto finale.
Ebbene si sta aprendo una frattura molto evidente e delicata tra mercato norvegese e vini veneti. Ii norvegesi stanno rifiutando contratti e collaborazioni decennali perchè si sentono presi in giro da proposte di listini indecorosi per il valore del vino e imbarazzanti se paragonati a quelli di pochi mesi fa. in pratica non credono più nelle politiche aggressive dei nostri brand e cercano qualcosa di nuovo e di più convincente.
Sul carro dell’enoturismo si sta un pò stretti
Incredibile come siamo prevedibili a volte noi umani del terzo millennio…condizionati da social e mainstream uniformiamo gli argomenti e le soluzioni appena ne sentiamo una di efficace e trendy. E oggi, se sei del mondo del vino e non dici che per aiutarlo ad uscire dalla crisi, serve valorizzare l’enoturismo sei tagliato fuori. Ho osservato una tale omologazione nei contenuti da parte di consorzi, aziende, guru della comunicazione, agenzie e strutture di formazione, che mi ha fatto molto riflettere.
Molti talks devo dire che sono stati interessanti con soluzioni pratiche innovative e da seguire, altrettanti invece prevedibili e soprattutto autoreferenziali di alcuni territori iconici italiani. Eppure in tutti i casi pochi sono stati i “mea culpa” di molti operatori del settore che non hanno dichiarato quanto pochi siano ancora oggi gli investimenti introdotti nel budget aziendale rivolti alla costruzione di seri progetti di Incoming. In alcuni talk non si è parlato dei livelli professionali che devono avere gli specialisti dell’accoglienza, di quanto dovrebbero essere pagati, del fatto che manca ancora oggi una figura accademica come in Francia dedicata alla costruzione di strategie efficaci di accoglienza.

A Vinitaly 2026 volti internazionali nuovi con tanta “Mamma Africa”
Chi l’avrebbe mai detto? Se la presenza di buyers asiatici in questa edizione è stata un pò compromessa da una situazione territoriale di scalo internazionale sofferente a causa della guerra in corso, sono molti altri i paesi che hanno presenziato con delegazioni più o meno numerose tra gli stand della fiera. In particolare il continente africano, per il primo anno ha visto un aumento interessante di suoi buyers o di società italiane che operano in quegli stati. La crescita di nazioni come Etiopia e Libia, e il miglioramento della loro stabilità politica sociale, stanno creando nuovi spazi di sviluppo interni e la richiesta di prodotti occidentali e, soprattutto, italiani è un fattore conclamato.
Solo i paesi dichiaratamente islamici tendono a tenere forti chiusure nei confronti dei prodotti alcolici. Per il resto il mondo arabo è un mondo maturo anche per questi prodotti, soprattutto parlando dei ricchi stati mediorientali sul golfo e di tutta l’area nordafricana, dove il turismo è in forte crescita, soprattutto quello di lusso. Se entriamo più nel dettaglio ecco cosa emerge dai dati di Veronafiere. Tra quelli a maggior potenziale emergono Cina, Brasile, Australia, Messico, Corea del Sud, Thailandia, Repubbliche Baltiche (Estonia, Lituania e Lettonia), Serbia e Singapore. Grande interesse dai dieci Paesi africani presenti in fiera, in particolare Sudafrica, Tanzania, Nigeria e Angola, mentre in Asia si distinguono Giappone e Vietnam; anche Ucraina tra i buyer più numerosi.

E non dimentichiamo tutto ciò che è successo fuori Vinitaly 2026…
Mai come quest’anno sembra che si siano moltiplicati eventi e collettive che hanno coinvolto decine e centinaia di cantieri da tutto il mondo. Non solo vini naturali, come eravamo abituati, tra Vinnatur, Vini veri, Baccanal, ecc… Non solo la mitica edizione anche quest’anno di Summa da Alois Lageder. Molte iniziative sono nate per accogliere aziende che non riescono più a starci dentro con i costi di Vinitaly. Tra hotel e casali di campagna, Verona e, da quest’anno, anche la piazza vicentina è stata coinvolta dal vino.
Sembra invece che Vinitaly & the City, per il primo anno, abbia segnato una disaffezione con il pubblico degli appassionati. Molti veronesi hanno affermato che i costi di partecipazione sono alti mentre Hostaria, manifestazione che coinvolge il pubblico nel periodo autunnale, riesce ad avere il vero approccio popolare per chi ama il mondo del vino. Forse anche in città si sentono gli ultimi vagiti di un mondo troppo osannato e autoreferenziale che ha perso il suo rapporto genuino con il consumatore finale.




















