Fermo restando che la libertà d’impresa è un diritto e che la dimensione ottimale per un’impresa dipende tanto dalla volontà dei titolari, un paio di notizia degli ultimi giorni rimettono sotto i riflettori il mondo delle birre artigianali italiane che quest’anno festeggiano i loro primi trent’anni.
La prima coinvolge il Birrificio Baladin di Teo Musso che, dopo un primo round di apertura del capitale con 5 milioni raccolti attraverso un equity crowdfunding che due anni fa ha coinvolto 2mila 200 piccoli investitori privati, ha allargato nelle scorse settimane il proprio capitale ad una fintech olandese che ha sborsato 16,4 milioni € per una partecipazione di minoranza. Scopo dell’operazione, raddoppiare in cinque anni il fatturato – da 22 a 45 milioni € – attraverso l’apertura di sei nuove location fra Milano e Roma che si aggiungono alle cinque già aperte fra Piozzo, Cuneo, Torino e Roma.
Il peso delle location è destinato così a salire rispetto ai 5,5 milioni fatturati nel 2025 a fronte dei 16 legati all’attività principale del birrificio che ha messo in commercio 27mila ettolitri di birre grazie ad una base di ben 24mila clienti (in crescita del 10%) sul 2024.
Teo Musso – dopo aver completato il proprio ciclo produttivo con le coltivazioni di luppolo e di orzo – indica nuovamente la strada al settore che è quella di aprirsi come azienda e puntare ad una forte crescita dimensionale ed al rafforzamento della componente ristorazione e retail (una parte dei nuovi investimenti andrà infatti all’architettura digitale).
In questo, Baladin resta un caso isolato – ed è questa la seconda notizia di questi giorni -: l’ultimo report di Uniobirrai registra nell’universo artigianale appena dodici birrifici (11 se escludiamo il già citato Baladin) che in Italia hanno una produzione annua superiore ai 10mila ettolitri, l’1,3% del totale delle imprese del settore. Questa “bionda” dozzina produce 250mila ettolitri contro i 470mila ettolitri che vengono prodotti dagli altri 930 microbirrifici presenti nel nostro Paese.
Tutta insieme la produzione artigianale di birra rappresenta il 4,2% della produzione nazionale che nel 2025 è arrivata a 16,8 milioni di ettolitri a fronte di oltre 21 milioni di consumi. L’80% dei birrifici produce da zero a 500 ettolitri l’anno.
L’80 percento dei birrifici produce al massimo 500 ettolitri l’anno

Come detto, non c’è una norma che dice quale è la dimensione perfetta per ciascuna impresa. Ma è facile comprendere come per questi birrifici – l’occupazione media è di tre persone, titolare compreso – sia tutta in salita la strada verso i mercati. Sarebbe interessante conoscere anche il numero delle etichette e delle tipologie prodotte: l’impressione è che nonostante produzioni contenute siano valori assai elevati e questo non è necessariamente un bene.
Davanti ad un mercato che consuma soprattutto lager e pils un eccesso di offerta gfiustifica il palato dei mastri birrai, ma forse non aoltrettanto il conto ecomomico.
Per rafforzare le dimensioni delle imprese, le associazioni di categoria come Unionbirrai puntano su filiere regionali, replicando un po’ il modello dei distretti industriali, per rafforzare il legame col territorio, con l’agricoltura locale e perhè no il turismo brassicolo. Molto di più potrà fare il governo se davvero metterà mano al regime fiscale delle fusioni per favorire l’aggregazione delle Pmi così da raggiungere soglie dimensionali più intereesanti, consentire quindi anche l’ingresso di capitali di rischio, e
dare robustezza all’offerta di lavoro qualificato del settore.
Teo Musso evcidenzia anche un’altra cosa: per crescere la birra artigianale italiana deve coimpoiere un salto di qualità professionale aprendosi a compoetenze vere – finanza, mercati, marketing – uscendo dal dilettantismo dei tanti piccoli, ma inutii, consigliori del passato anche recente. Piccolo è bello soltanto se è vincente.



















