(di Carlo Rossi ) Ci sono territori in cui il vino non nasce soltanto dal suolo, ma dalla storia che quel suolo ha attraversato. Il Collio goriziano è uno di questi. E Capriva del Friuli ne rappresenta uno dei punti più intensi, dove la stratificazione geologica della ponca si intreccia a una memoria umana profonda. Tra il 1915 e il 1917 il Collio goriziano fu parte del fronte dell’Isonzo, segnato da trincee e ricoveri scavati nella ponca. Capriva del Friuli e il Castello di Spessa furono coinvolti direttamente negli eventi bellici. Nel dopoguerra, quelle stesse colline tornarono lentamente alla viticoltura, trasformando la memoria del conflitto in continuità agricola. Prima che la collina diventasse paesaggio vitato, fu linea di difesa. Durante la Prima guerra mondiale, queste alture affacciate sull’Isonzo erano luoghi di osservazione e resistenza. Il Castello di Spessa ne è testimone diretto: ieri adattato a rifugio militare, oggi custode silenzioso del vino che qui matura. Stessa terra, funzione diversa, stessa idea di resilienza.

Quando il conflitto termina, il paesaggio va ricucito. La terra è stanca, come gli uomini. È in questo clima di ricostruzione che, pochi decenni dopo, prende forma la storia della famiglia Pighin. Oggi questa storia trova in Roberto Pighin la sua voce più consapevole: non come rottura con il passato, ma come continuità attenta. Coltivare invece di forzare. Radicarsi invece di fuggire.

La visione di Roberto Pighin si esprime attraverso due tenute autonome, due modi diversi ma complementari di raccontare il Friuli.
A Risano, nel Friuli Grave DOC, circa 150 ettari di vigneti si estendono su suoli ghiaiosi e limosi, dando origine a vini freschi, equilibrati e immediati, capaci di restituire la trasparenza della pianura friulana.
A Spessa di Capriva, nel cuore del Collio Goriziano, una tenuta di 30 ettari occupa un anfiteatro collinare tra i più soleggiati e vocati della zona, dove la ponca genera bianchi più complessi, eleganti e longevi.

A unire le due anime è una filosofia produttiva che mette la vigna al centro: selezione clonale delle barbatelle provenienti da Rauscedo, allevamento a Guyot, alte densità d’impianto e lavoro meticoloso in campo. La decisione di vinificare esclusivamente uve di proprietà consente a Roberto Pighin di seguire ogni fase del processo, mantenendo un controllo diretto sull’identità del vino.

Anche il vento fa parte del racconto. La Bora, che attraversa le colline del Collio, oggi asciuga e protegge le uve; un secolo fa spazzava via fango e paura. Cambia il tempo storico, non la funzione: ristabilire equilibrio.

Pighin, la degustazione

I vini Pighin nascono così, da una terra che ha conosciuto il conflitto e ha scelto la continuità. Non cercano l’effetto immediato, ma una durata che riflette il genius loci da cui provengono: una memoria che continua ad agire, trasformando la storia in forma liquida. Abbiamo degustato assieme il  Soreli  – Collio Bianco DOC 2020.

Mi ha impressionato favorevolmente il Soreli Bianco DOC Collio 2020 nasce sulle colline di Spessa di Capriva, dove la ponca eocenica conserva memoria e restituisce mineralità. Il blend di Friulano, Ribolla Gialla e Malvasia si muove con naturale equilibrio tra acciaio e legno, senza sovrapporsi al carattere del luogo. Al naso affiora una trama fine di fiori d’acacia, melone, nocciola e leggere sfumature di vaniglia. Il sorso è teso, profondo, progressivo, sostenuto da una freschezza pulita e coerente. Un vino che non cerca l’immediatezza, ma una durata silenziosa, fedele al genius loci del Collio.
Voto: 91/100