(di Sara Falchetto)
Tommaso Zanella ha 27 anni, è trentino, nato e cresciuto in Val di Sole. Viene da una famiglia di produttori legati al mondo Melinda, ma la sua strada ha preso presto una direzione diversa: quella del vino. La scelta di frequentare una scuola a indirizzo agricolo è stata naturale e poi è arrivata la specializzazione in viticoltura ed enologia. Quella che era semplice curiosità si è trasformata prima in interesse e poi in una passione autentica, esplosa con il primo stage in cantina. Da allora, Tommaso ha all’attivo undici vendemmie.
Ha iniziato in una piccola cantina, dove si occupava di ogni mansione, con un obiettivo chiaro: diventare enologo in una realtà importante. Un percorso costruito passo dopo passo, con determinazione.
Intervista a Tommaso Zanella
È stato difficile trovare spazio in questo settore?
“Sì, non è stato facile – racconta Tommaso – l’enologia è un settore molto radicato alle generazioni precedenti e, di conseguenza, emergere non è semplice. Come tutti ho commesso errori, ma sono state esperienze fondamentali per capire come funziona questo mondo. Tornassi indietro, rifarei le stesse scelte.”
Un ruolo decisivo lo ha avuto la sua formazione personale e professionale:
“Le vendemmie all’estero, in Francia e in Nuova Zelanda, mi hanno aperto la mente. Ho fatto tre vendemmie consecutive nella stessa realtà e ho anche gestito un’intera vendemmia da solo come enologo. Questo mi ha dato sicurezza e completezza.”
Che tipo di vino ti piace creare? Come si riflette la tua personalità nel calice?
“L’enologia è una scienza, ma anche un’arte personale – spiega Tommaso – mi considero un enologo tradizionale e conservatore, cerco di estrarre il massimo da ciò che la natura offre. In questo lavoro, però, ogni errore si paga, per migliorare bisogna aspettare un anno. È una grande responsabilità, perché hai tra le mani il lavoro di dodici mesi.”
Tommaso appartiene alla nuova generazione, ma con una visione chiara:
“Mi interessa studiare i processi di trasformazione per esaltare la materia prima, mantenendo freschezza e identità. Non mi piacciono i vini ruffiani o standardizzati. La storicità di un territorio va preservata, è ciò che rende un vino unico.”
Cosa porta la nuova generazione nel mondo del vino?
“Il cambiamento è lento – osserva Tommaso – in Nuova Zelanda, ad esempio, l’enologo non è necessariamente legato a un titolo di studio e molti sono giovani. In Italia siamo un po’ più indietro, emergere richiede sacrifici e molta pazienza.”
Eppure qualcosa sta cambiando:
“Siamo più informati sulle ricerche scientifiche e sulle innovazioni del settore. Oggi abbiamo molte più possibilità di fare esperienza all’estero, creare contatti e scambiare idee. Questo è un grande valore.”
C’è un vino che senti particolarmente tuo?
“Mi definisco un bianchista – sorride – il vitigno che mi ha conquistato subito è il Riesling. È quello che mi ha preso il cuore. Amo anche il Pinot Nero e lo Chardonnay, ma il Riesling, in tutte le sue versioni, resta per me speciale.”
Cosa ti contraddistingue nel tuo lavoro?
“Credo di essere una persona creativa, e questo mi aiuta a esaltare ciò che faccio. Sono molto curioso, mi piace conoscere, imparare e portare nuove idee in cantina. Molte scelte le faccio d’istinto. Davanti a un cassone d’uva riesco già a immaginare il vino che nascerà. Forse è una mia dote.”
E poi c’è la calma:
“Cerco sempre di mantenere lucidità e di non prendere decisioni affrettate. Inoltre, la rete di persone che ho costruito negli anni è un supporto fondamentale, sia nel lavoro sia nella vita personale.”





















