(di Carlo Rossi) Nel panorama enologico italiano, il nome di Fabio Mecca è ormai sinonimo di eccellenza. L’enologo lucano originario di Barile ha infatti conquistato, nel corso della sua carriera, alcuni dei riconoscimenti più prestigiosi del settore, tra cui due titoli di “Enologo dell’Anno” attribuiti da una delle istituzioni più autorevoli del mondo del wine journalism: Food and Travel Italia.
Il primo trionfo arriva nel 2021, un riconoscimento che premia la sua capacità di unire radici territoriali, competenze tecniche e una visione moderna dell’enologia, in un percorso professionale iniziato a Conegliano e consolidato nel cuore della Basilicata.
Ma è nel 2025 che la conferma diventa consacrazione. A Palazzo Nicolaci di Noto, cornice barocca di rara bellezza, Fabio Mecca viene nuovamente incoronato Enologo dell’Anno 2025 durante la quarta edizione dei Wine Awards. Un successo che testimonia la continuità del suo lavoro e la sua capacità di dare voce ai vitigni del Sud attraverso tecnologie moderne e sensibilità contemporanea.,
Fabio Mecca, doppio riconoscimento nel 2025
A impreziosire ulteriormente il 2025 arriva anche un ulteriore riconoscimento: “Miglior Enologo 2025”, conferito da Le Guide de L’Espresso, a pochi mesi dall’annuncio ufficiale dei Wine Awards. Un doppio risultato che rende Mecca una delle figure più rilevanti e innovative del panorama enologico nazionale. Questa la sua intervista a GeniusLoci.news

Tradizione e innovazione: un equilibrio possibile?
«Assolutamente sì, è possibile, e anzi è necessario. Per me il cuore del vino è il territorio e la storia che si porta dietro. Ma la tecnologia non è un nemico, bensì uno strumento per esprimere meglio quell’anima. L’innovazione deve servire a rispettare il vitigno, a preservarne le caratteristiche uniche, e non a omologarlo a stili internazionali. Quando lavori su varietà storiche, l’obiettivo è che chi assaggia il vino possa percepire il luogo da cui proviene, anche se le tecniche che usi sono moderne. L’equilibrio sta nel saper usare la scienza per raccontare la poesia».
Identità territoriale: cosa vuol dire “mettere un territorio in bottiglia”?
«Mettere un territorio in bottiglia significa trasmettere ogni sfumatura del luogo: la composizione dei suoli, il clima, le stagioni, ma anche la cultura, la tradizione contadina e la fatica di chi lavora la terra. Non è solo una questione di gusto, bensì più un racconto. Per me, un vino di qualità deve saper raccontare la memoria del territorio senza bisogno di leggere l’etichetta».
Forbes ti ha riconosciuto per la capacità di racchiudere l’identità dei luoghi nei tuoi vini: qual è il processo mentale e tecnico?
«È un lavoro che parte dalla vigna e arriva in cantina. Mentalmente, passo molto tempo a osservare, ascoltare, comprendere i vigneti, le esposizioni, il microclima, ma prima di tutto la storia dei vitigni. Poi in cantina traduco tutto in pratica con scelte precise, e ogni decisione tecnica è guidata dall’obiettivo di rispettare il carattere del territorio e di amplificarne le peculiarità, senza snaturarlo».

Fabio Mecca, Barile e la tradizione del Sud
Barile e la Basilicata: quanto conta l’origine?
«Conta tutto. Crescere a Barile significa avere il vino nel sangue, respirarlo fin da piccoli. Qui la tradizione vitivinicola è antichissima, con famiglie che tramandano storie e conoscenze. È una questione di cultura, di fatica dei contadini, di ritmi lenti delle stagioni, prima ancora che di uve o di terroir. Per me, l’origine, quindi Barile, è parte integrante della mia identità. Tutto quello che faccio in vigna e in cantina nasce da ciò che ho imparato qui, e ogni vino che metto in bottiglia porta dentro sé un pezzo della mia terra, della mia storia, e della memoria di chi a Barile ha coltivato prima di me».
Il futuro dell’enologia meridionale: dove stiamo andando?
«Il Sud Italia ha una forza enorme, ma deve continuare a innovare senza perdere autenticità. Credo che la sostenibilità, il rispetto dell’ambiente e la gestione attenta dei vigneti saranno le chiavi del futuro. Anche le nuove tecniche di vinificazione aiuteranno a competere sui mercati internazionali. Ma il vero vantaggio competitivo sarà sempre il territorio, e chi saprà raccontarlo bene, con vini sinceri e profondi, continuerà a distinguersi».




















