Il cava – il metodo classico catalano – prosegue nel suo cammino per abbandonare la fascia bassa del mercato e raggiungere i segmenti qualitativi più alti, dal maggior valore aggiunto. Dimenticatevi le bottiglie della Gdo di casa nostra (peraltro l’Italia è scomparsa dai radar della denominazione ed è diventata un mercato ininfluente), il Cava vuole valorizzare oggi il suo retaggio storico, il terroir (la Catalogna resta sempre una delle aree più belle da visitare nella penisola iberica) e i suoi vitigni autoctoni (parellada, xarel-lo e macabeo da soli rappresentano oltre l’81% delle uve impiegate) che lo rendono unico.

Diciamo che la reazione di alcuni produttori – da Raventòs i Blanc al marchio collettivo Corpinnat – ha imposto al Consorzio un cambio di passo notevole, un turn-around che ha messo di nuovo al centro il vigneto, i produttori e il territorio stesso con una crescita esponenziale delle superfici a coltivazione biologica.

DO Cava, le vendite si concentrano sul “Guarda”

Il cambiamento è arrivato in un momento turbolento. Dalla crisi secessionista alla pandemia, il Cava ha dovuto anche affrontare il boom del Prosecco che ha eroso dal basso la sua base di aficionados. I dati dell’esercizio fiscale 2025 non potevano che registrare tutto questo e va dato atto alla denominazione di non aver mai deviato dalla linea della trasparenza: ogni anno i dati esatti, poi ciascuno si fa la propria opinione.

Le vendite sono calate ancora del 12,8% scendendo da 218 a 190 milioni di bottiglie; sono calati anche i biologici (da 37,2 s 35,6 milioni di bottiglie) e i rosé (da18 a 13 milioni di bottiglie).

E’ aumentata invece la produzione che dopo la siccità del 2024 ha ripreso vigore: da 219,5 milioni di chili a 277,7 milioni, più 26,5% che oggi sono in elevazione in bottiglia. Delle vendite, la stragrande maggioranza sono Cava de Guarda (ovvero con 9 mesi di affinamenti sui lieviti), ben 167 milioni di bottiglie ovvero l’88 percento; 18,4 milioni sono “Superior Reserva” ovvero con più di 18 mesi di affinamento; 4 milioni sono “Gran Reserva” con oltre tenta mesi sul groppone e appena 31mila sono i “Paraje Calificado”, con 36 mesi sui lieviti. Prezzo a parte, è un gran peccato che appena il 12% del venduto sia nella bottiglie dove maggiore è stato il lavoro sin dalla selezione in vigna.

Cava, leader solo in Spagna

Il Cava ha perso la sua battaglia nel 2025 sui mercati internazionali, però: il mercato spagnolo ha contratto gli acquisti di due milioni di bottiglie in un anno e si è confermata come la prima bollcina scelta in Spagna e in Catalogna (dove il suo peso supera il 90% delle vendite di spumanti). Mercati europei ed extraeuropei hanno perso 13 milioni di bottiglie ciascuno a tutto vantaggio della concorrenza italiana che l’anno scorso ha performato come al solito.

A tradire il Cava è stato soprattutto il mercato tedesco – e questo nonostante sia tedesca la proprietà delle maggiori cantine del cava – che in due anni è passato da 31 a 6,7 milioni di bottiglie comprate; scendono pure gli USA, da 18 a 14 milioni. In calo anche l’attuale miglior cliente, il Belgio (da 22 a 17 milioni di bottiglie) e il Regno Unito (da 17 a 13 milioni). Brasile e Messico crescono negli acquisti, così come la Norvegia ed i Paesi Baltici dove è iniziata una presenza evidentemente più strutturata. Ma è poca roba e non serve ad invertire il dato. Su Canada e Giappone la DO Cava investirà nei prossimi mesi per conquistare nuovi winelover.

La scelta del nuovo presidente Marta Vidal di Vallformosa (nella foto qui sopra) – sembra indicare anche la strada di una comunicazione più fresca, in linea con la strategia di questa cantina che ha rivoluzionato il proprio approccio, più rivolta ai giovani ed alle occasioni meno formali di consumo.