Che sia la volta buona? UnionBirrai – l’associazione che raggruppa i piccoli birrifici artigianali – ha lanciato una campagna di produzione collettiva di una “Italian Pilsner” in occasione dei 30 anni della birra artigianale italiana. La campagna “Buona questa Birra!” vede i birrai unirsi nella produzione di una birra collettiva, realizzata contemporaneamente in diverse regioni italiane. Decine di birrifici lungo tutta la Penisola dovranno produrre la stessa birra partendo da una base comune condivisa.

Una ricetta riconoscibile, quindi, ma non rigida: ogni birraio può interpretarla secondo la propria sensibilità, apportando sfumature personali che riflettono stile, esperienza e territorio, senza snaturarne l’identità.

La birra sarà una “Italian Pilsner” che rappresenta oggi una sintesi efficace tra ciò che il consumatore cerca e ciò che i birrai italiani sanno esprimere. Una bevuta semplice, pulita, immediata, ma allo stesso tempo di qualità, costruita con attenzione e competenza. Una birra accessibile. Una birra “buona”, nel senso più concreto e riconoscibile del termine. La birra sarà disponibile a partire dai primi di giugno e potrà essere degustata in tutta Italia.

Un momento centrale sarà rappresentato dall’edizione 2026 di Birrifici Aperti Unionbirrai e dalla Giornata Nazionale della Birra Artigianale, in programma dal 19 al 25 giugno, quando sarà possibile visitare i birrifici, conoscere i produttori e vivere un’esperienza diretta e completa del mondo della birra artigianale italiana.

Cosa c’è di innovativo in tutto questo? Essenzialmente il fatto che per una volta tutti insieme i piccoli birrifici si mettono insieme per presentarsi uniti davanti all’universo dei beerlover puntando ad un’immagine collettiva, altrimenti spaccata in una miriade di microrealtà dalla forza praticamente inesistente.

birra artigianale
birra agricola

Una realtà frammentata che non ha massa critica. A meno che…

I numeri parlano chiaro. In Italia ci sono 1007 realtà produttrici di birra che operano al di fuori dei grandi poli brassicoli nazionali. Tutti assieme questi produttori generano poco più di 3mila posti di lavoro: vuol dire che lavora il titolare e uno/due fra famigliari e collaboratori. Producono 480mila ettolitri l’anno pari al 2,3% della produzione nazionale ed al 3,4% dell’export nazionale
di birra.
Gli investimenti pubblicitari di questi birrifici – in percentuale sulle vendite – sono praticamente inesistenti. Il vino, che pure ha fatturati ben più significativi, investe il 2,6% delle vendite. Una percentuale insufficiente. La birra artigianale investe ancora meno.
E’ evidente che con questi numeri una presenza comunicativa è impossibile. La grande stampa è sostanzialmente off-limits; quella di settore non ha lettori sufficienti per un ROI credibile.

Il massimo che i piccoli birrifici riescono a fare è muoversi sui social dove però operano, con risorse più importanti e professionisti veri, i grandi gruppi.

Guardate come sta promuovendo in queste settimane Heineken i suoi brand italiani, con quale narrazione, con quale capacità d’impatto (sopra una campagna iconica per la birra sarda Ichnusa). E, certamente, Heineken sta facendo leva su quegli elementi – l’italianità, la territorialità, la storia aziendale, i valori della cultura regionale – che sono propri, anche se non esclusivi, dell’artigianalità.

Insomma, i piccoli birrifici si vedono superati non soltanto sul mercato, ma anche sul racconto dei propri valori distintivi.

Un gap che è difficile da sanare specie quando si è dato retta per anni ad apprendisti stregoni della comunicazione o quando si è scelta come leva commerciale verso i media il solo cambio-merce. Troppo poco per essere efficace e per costruire realtà imprenditoriali solide.

Quindi, bene ha fatto UnionBirrai. Sperando che per una volta gli individualismi lascino spazio ad una visione più manageriale del sistema “birra artigianale”.